Sono nato in un vicolo dove i ritmi della vita erano scanditi dalla semplicità di gesti ripetitivi e consueti come il passare della lattaia alla stessa ora, come il ritorno di mio padre dalla campagna a sera. Una vita fatta di poche cose ma tutte vere. Ho vissuto la mia infanzia tra passato e futuro,credo che possano essere definiti in questo modo gli anni Sessanta dove il fermento per il nuovo che avrebbe trovato un decennio più tardi la sua consacrazione in quella esplosione di forme e colori, viveva la sua ponderata consapevolezza. Gli anni Settanta sono quindi arrivati nella mia vita attraverso le mode fugaci di un periodo che rinasceva ogni volta seppellendo se stesso. Moda era tutto quello che attraversava la quotidianità. Erano spesso oggetti, abiti che esplodevano dentro il desiderio collettivo di entrarne in possesso. Da bambino adolescente assistevo e venivo spesso investito da questo vortice che era un continuo e reiterato inno alla vita. Di quegli anni ricordo la velocità, perché ogni cosa era fatta per essere superata il giorno dopo. Gli stessi colori accesi utilizzati per qualsiasi cosa, si portavano dentro l’idea di esplosione e declino. Crescere all’interno di queste continue mutazioni significa in primo luogo crescere di pari passo con l’invenzione. Se la società è immersa nell’incessante produzione di oggetti, da adolescente ti senti parte della società e quindi, a modo tuo partecipi al gioco. A distanza di molti anni aprire questa finestra sul passato è cercarci dentro le ragioni che ti hanno spinto a percorrere la tua strada. Quel partecipare al gioco per me è stato inventare quotidianamente il modo per trascorrere la giornata costruendo l’effimero, magari con una barca di canna che facevo correre in lungo e largo nella fontana vicino casa per tutto il giorno, salvo poi cercare per il giorno dopo un altro motivo di divertimento.









